I PELLEGRINANTI DEL FUTURO – DOMENICA 23 MARZO

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13, 1-9)


In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

​A tutti è ben noto e non bisogna fare una grandefatica per individuarlo che tra le caratteristiche della religione ebraica una delle più importanti è quelladel formalismo. Un formalismo ampiamente deplorato anche da Gesù e spesso rivestito dal nazionalismo che trova fondamento nella promessa di Jahvè fatta ad Abramo. 

​Se la promessa fatta ad Abramo mirava a dare un’identità specifica al popolo ebraico contraddistinguendolo da tutti gli altri popoli del bacino del Mediterraneo, tutto ciò fu ampiamente travisato. Gli Ebrei erano convinti che la centralità del Tempio e la circoscrizione della “terra tra i due fiumi” dovesse trovare una ratifica nel non dover accettare nessuno sul suolo indicato che non fosse un ebreo. 

​Quando alcuni Ebrei si recano da Gesù chiedendo che denunciasse la sentenza romana emanata da Pilato con la quale aveva fatto ucciderealcuni Ebrei, ritenuti martiri, con alcuni non credenti, mostrano la loro intransigenza e soprattutto chiedonoche non venga infangata la loro identità. Vogliono che Gesù condanni l’autorità romana e prenda le distanze da essa. Sarebbero stati anche disposti ad accettare una “nuova” religione, purché circoscritta nell’ambito della predicazione di Giovanni il Battistae prevedesse una “punizione esemplare” a chi fosse andato contro di essa. 

​Gesù come risposta propone inaspettatamente una parabola. Un fico del tutto sterile che per anni non aveva mai prodotto dei frutti. Il padrone chiede che venga reciso definitivamente. Il mezzadro, invece, gli propone di dare al fico un’ultima chance. Un ultimo anno in cui, dopo aver fatto le dovute cure, il fico potesse essere in grado di fruttificare. 

​Si tratta di scegliere: tagliare o aspettare, tagliare o ritentare?

​In questo modo, Gesù propone anche ai più intransigenti tra gli Ebrei di ricominciare. Una proposta che spiazza e che passa “obbligatoriamente” dalla conversione. È la logica del cambiare per rinnovare, per ricreare, per credere nella via dell’amore e della misericordia.

​È la proposta per i pellegrinanti del giornodopo. Insomma, per quelli che credono nel futuro. Quelli che si smarcano dall’esclusivismo religioso e propongono il bene per l’umanità. È la strada che, come Chiesa e come cristiani, siamo invitati a vivere nel giubileo della speranza. Non più cristiani intransigenti e delle formalità, ma appartenenti alla Chiesa della futuribilità.

​Le parole di Gesù ci spingono ad uscire dagli schemi del passato e ad abbandonare una fede obsoleta. I pellegrinanti del futuro sono quelli che dovranno essere in stato di evangelizzazione e non di sacramentalizzazione, quelli che dovranno proporre esperienze di carità nuove e più incisive, quelli che dovranno animare la liturgia spezzando il pane nei luoghi delle assenze. 

È il passaggio dal cristianesimo di massa al cristianesimo di peso.

Una Chiesa del futuro da attuarsi nel presente. Una comunità di laici e presbiteri che diventi famiglia e sia soprattutto accogliente. Una comunità malleabile che, senza perdere i principi della fede e della morale, deplori la guerra, si prodighi per la salvezza dei poveri e indichi la strada della fraternità universale. 

​Per fare questo non possiamo tagliare. Bisogna rinnovare e reinventare il senso del nostro essere Chiesa e convertirci al Dio dell’amore per generare questo amore al fianco di tutti, nessuno escluso. 

Il vostro parroco

Antonio Ruccia